martedì 12 novembre 2013

ABI-Forum sulle funzioni aziendali di Controllo

Nei giorni scorsi ho avuto il piacere di partecipare, in qualitá di relatore, ad uno dei workshop organizzati da ABI e ABIFormazione all'interno del 1* Forum sulle Funzioni Aziendali di Controllo,nell'ambito del quale si è tenuta anche l’ottava edizione del convegno Compliance in Banks. 
L’evento, che rappresenta la piattaforma di confronto tra banche ed istituzioni aspira, con l'introduzione del 15* aggiornamento della Circolare 263/2006 recante le “Nuove disposizioni di vigilanza prudenziale per le banche”, a diventare il "Punto" d’incontro per la community delle funzioni di controllo delle banche.
Gli stimoli energizzanti percepiti sia attraverso gli interventi dei relatori, che dai partecipanti in sala, era un misto di fermento operativo e preoccupazione per la carenza di risorse e tempi utili per l'implementazione delle previsioni regolamentari. 
 L’adeguamento alle nuove disposizioni impone alle banche un impegno intenso ed oneroso, in un orizzonte temporale definito fatto di scadenze serrate. Questo adeguamento non riguarda, e non può per sua natura riguardare, solo le funzioni di controllo, ma deve coinvolgere l'intera azienda nello sviluppo e nell’applicazione di metodi logici e sistematici, per identificare, misurare, comunicare, gestire i rischi. Il principale elemento di Governance che spicca dalle nuove istruzioni di Vigilanza è poi l'obbligo di formulazione di un Risk Appetitie Framework. 
 Anche se Banca d’Italia ha predisposto l'introduzione graduale delle nuove regole a cui le banche si dovranno adeguare secondo scadenze diverse ed in un arco temporale che si concluderà nel 2016, la prima scadenza è giá fissata per il 31 dicembre 2013 e prevede l’obbligo di realizzare una gap analysis da inviare al regulator attraverso una relazione di auto valutazione del rispetto delle previsioni normative. In tale relazione dovranno, inoltre, essere indicate le misure che verranno adottate e con quale tempistica per assicurare il pieno rispetto delle disposizioni.  
Emerge da questo forum che i princiali mal di testa delle banche Italiane riguardano: 
• Il nuovo ruolo e collocazione delle funzioni di controllo nel sistema di internal governance (Compliance, Risk management, Audit) 
• La graduazione del coinvolgimento della compliance in relazione ai temi presidiati 
• Il supporto metodologico delle funzioni di controllo ed in particolare della funzione di  compliance alle altre funzioni aziendali. Le sinergie e i flussi di comunicazione che queste dovranno gioco forza instaurare. 
• Come definire il "risk appetite" così come richiesto dalla nuova normativa e quali prassi di mercato sono già mutuabili. 
• Il ruolo dell'Internal audit nel sistema di internal governance della banca:  dove finiscono Complianc e Risk management; e quando inizia l'Internal Audit? 
• Come sviluppare controlli su funzioni o processi specialistici (es. l'Audit delle funzioni IT, la gestione del Disaster Recovery plan, la gestione degli outsourcing) a seguito delle nuove previsioni normative e come strutturare l'audit sulle funzioni di risk management. 
http://www.abieventi.it/documenti/8688/Forum-Funzioni-Aziendali-di-Controllo-e-Compliance-in-Banks_Programma.pdf

lunedì 24 giugno 2013

Al di la di ogni strumento di valutazione delle performance

Da responsabile di un ufficio si è spesso sottoposti ad un auto-interrogativo: "sto facendo bene o male per il mio team?" I messaggi che diamo in qualità di leaders, ispirano le persone a dare il meglio di loro stessi al lavoro e, sopratutto di questi tempi, si è riusciti nell'intento di cementare i rapporti tra i componenti del team al di la di retribuzioni, bonus, gradi e competenze di ogni componente?

Spesso, presi da centinaia di micro-task generati più dai gantt e dai fogli di excel reagiamo da manuale per poi in coscienza interrogarci su come comportarci realmente a fronte delle più disparate situazioni. Specialmente in una multinazionale dove performance indicators e metriche di valutazione sono spesso imposte ed uniformate ci si sente un po' ingessati nel ruolo di leader.

Da un lato la voglia di sperimentare, di riversare sul team quanto si è appreso nel corso degli anni, dall'altro le Regole...

Ultimamente mi sono posto spesso parecchi interrogativi su queste cose: sto facendo bene o male? Dovrei pensare un po' di più alla mia carriera personale, magari uniformandomi a canoni altrui,  o continuare come la mia coscienza e il mio background mi dettano?

Avere avuto buoni capi in passato mi ha sempre sbilanciato verso una gestione del team simile ad una famiglia allargata. Anche i capi che ho apprezzato di meno mi hanno insegnato tanto: ad esempio il cosa non fare per mettere il mio team, e me stesso, nei guai. Le pressioni per la congiuntura che stiamo vivendo però lasciano sempre aperti molti interrogativi.

Poi ecco l'imprevisto. Parziale, anche perché forse lungamente annunciato. Fortemente negato dalla mente fino al "nero su bianco" nel tentativo di cercare una soluzione buona per tutti fino alla fine. Una storia lunga qualche anno, quella di un collega un po' bistrattato dalle Regole (a volte applicate in maniera speculativa) che trova di meglio da fare nella vita: altra azienda con cui ripartire, forse uno stipendio migliore e qualche soddisfazione in più all'orizzonte. Ti arrabbi con te stesso, pensi che avendo avuto i mezzi necessari potevi fare qualche cosa in più, ti chiedi chi è il colpevole di tutto ciò, magari pensando ancora una volta un po' a te stesso. Dopo tutto quello era uno dei talenti del tuo team al quale avevi dato credito e sul quale ti eri speso anche personalmente.
Ti dici va beh è così che deve andare, lui ha solo trovato chi gli da un opportunità migliore...Niente di tragico, ma quell'amaro in bocca che queste situazioni possono lasciare a chi crede nel proprio lavoro.

E poi...e poi ricevi una mail nella quale il collega saluta il gruppo con cui ha lavorato per sei anni. Ovvio sei il capo, ma sei anche un collega con il quale lui ha fatto un pezzo di strada. Par condicio massima, ma quello che ci si aspetta aprendo la mail dei cordiali saluti, sono per l'appunto i cordiali saluti e al massimo i nuovi recapiti.

E invece? Invece ci trovi il riflesso del tuo lavoro di anni, di quanto hai trasmesso alle tue prime linee e queste hanno riversato al resto del team.
Non un omologazione ma il ringraziamento sincero per aver speso bene gli ultimi sei anni. Un po' di tristezza nel salutare e soprattutto un grazie per essere cresciuti insieme di cui riporto pochi virgolettati:

"Grazie perché voi siete le persone con cui io sono diventato grande.... Quelle che mi hanno visto trasformarmi da un "milanese imbruttito", la cui principale urgenza era trovare il locale dove fare l'aperitivo la sera, ad un marito e un padre di famiglia.... Avete partecipato alla gioia del mio matrimonio e mi avete sostenuto nei momenti di difficoltà ..... Avete dispensato consigli, certe volte anche utili ! E soprattutto mi avete sempre tanto preso per il culo: cosa assai più utile !...entrerò in un ufficio dove sarà tutto da rifare, dove le mie battute idiote non verranno capite e il mio entusiasmo sarà ancora una volta e spesso a ragione scambiato per superficialità. Però rispetto a sei anni fa avrò molte armi in più, che mi sono state regalate da tutti voi....credo che il concetto ... più importante che ho imparato qui sia che questo lavoro lo si fa perché si è parte di un'organizzazione che vende delle cose a persone come noi, le quali in queste cose ripongono tanta fiducia, perché, ognuno secondo le proprie possibilità, ci mette sogni, speranze proprie e dei propri figli. E quindi, nel nostro piccolo noi stiamo a presidio di quei sogni e di quelle speranze, anche quando i regulator o, ancor peggio l'inossidabile QA, non ce lo chiede espressamente. Lunedì prossimo entrerò in un ufficio dove magari non gliene frega niente a nessuno di tutto questo. Ma, grazie a voi, a me sì, e dopo tante battute idiote e molta superficialità spero che un giorno uscirò da là, quando me ne andrò, con la stessa visione di questo lavoro."

Grazie Tomaso per le tue dimissioni (mi costeranno un sacco di lavoro aggiuntivo) ma non avrei ricevuto questa mail e tu non mi avresti ricordato perché anche a me piace fare il mio lavoro. Nelle tue righe ho ritrovato tutto ciò di cui ho parlato con voi negli ultimi 8 anni (di cui 6 passati anche con te). Famiglia, bilanciamento tra lavoro e affari della vita, ridere genuinamente lavorando anche nelle situazioni più difficili, significato del nostro lavoro che va oltre il saper fare le cose e conoscere i particolari tecnici.  Al di la delle metriche di valutazione delle performance, dei bonus, dei premi, degli aumenti di stipendio e dai lavori da completare e consegnare.

martedì 4 giugno 2013

L'arte di Delegare

Delegare o non delegare questo è il problema...
Farlo solo quando stai per affogare non ha senso, farlo perchè un buon manager deve comunque farlo neanche.
A mio avviso il delegare ha principlamente a che fare con la fiducia.


Quanto ti fidi delle persone con le quali lavori? Sei sicuro che queste faranno esattamente quello che ci si attende da loro? Il più delle volte mi verrebbe da dire di no. Ma chi è che vorrebbe un altro ME (o un MINI ME) a dirigere le cose che devo fare da solo?

Forse è meglio avere qualcuno che ci dia un certo "challenge" professionale, con una propria view e un proprio modo di organizzare e condurre le cose in porto.

Delegare non può però voler dire necessariamente spossessarsi del proprio lavoro, ma più che altro condividerlo nel tentativo di far crescere anche professionalmente quelli intorno a noi, tenendo per se le responsabilità e potenzialmente le difficoltà derivanti da potenziali errori.

La comunicazione diventa in questo caso un fattore determinante per sapere, senza essere invasivi, dove il delegato stà con il lavoro, e per dare le indicazioni necessarie al fine del completamento del task assegnatogli. Se il bilanciamento umano-professionale ed emotivo funziona, il delegante non sarà più quel collo di bottiglia nelle fasi decisionali che tanto infastidisce i talenti in fase di crescita.

Un simpatico articolo su Forbes di questa settimana riassume in chiave "cinofila" alcuni dei concetti dell'Arte di delegare. http://www.forbes.com/sites/victorlipman/2013/06/03/the-secret-to-effective-delegation/ Buona Lettura.  

venerdì 19 aprile 2013

Revolutions

Tutto parte dal saper riconoscere che si sia di fronte ad una rivoluzione.
Durante alcune sue riflessioni al workshop Ambrosetti svoltosi a Milano il 18 Aprile sul tema "La rivoluzione Big Data",  Erik Brynjolfsson (Director dell'MIT Center for Digital Business, Chair all' MIT Sloan Management Review e professore di  "The Economics of Information: Strategy, Structure and Pricing" e "Research in IT and
Organizations: Economic Perspectives"), ha scomodato Luigi XVI per un simpatico quanto nefasto
paragone per spiegare gli effetti di una rivoluzione non riconosciuta.  

Luigi XVI era inizialmente amato dal popolo, la sua indecisione e il suo conservatorismo portarono il popolo Francese a odiarlo in quanto simbolo del potere assoluto esercitato dalle decadenti monarchie europee.  Nonostante oggi gli storici giudichino Luigi XVI un uomo onesto e sinceramente desideroso del bene della nazione, rimane nella sua biografia quel tratto di inadeguatezza derivante dal suo estremo conservatorismo appunto, al difficile compito di riformare la monarchia, di risanare le finanze e di dare al Paese istituzioni democratiche.
Di fatto egli non fu in grado di riconoscere una rivoluzione che si stava palesando all'orizzonte e che per alcuni versi era già arrivata alle porte del suo Palazzo.

Come noto venne processato e accusato davanti all'Assemblea Nazionale di alto tradimento e condannato a morte per ghigliottina.
Re Luigi XVI venne ghigliottinato davanti ad una folla festante il 21 gennaio 1793 in quella che oggi è l'attuale Place de la Concorde. Morì come comune cittadino con il nome di Luigi Capeto e le

sue ultime parole furono:  «Signori, sono innocente di tutto ciò di cui vengo incolpato. Auguro che il mio sangue possa consolidare la felicità dei francesi. » .
Di fatto solo salendo i 3 gradini del patibolo Luigi si rese conto che la rivoluzione non era più in atto, ma purtroppo per lui era al suo capitolo finale; lui che aveva rappresentato quel modello di
"business e governo" che non si adattava più ai tempi.
Nella sua trattazione sui "Big Data" Erik paragona quello che stà succedendo nel mondo della comunicazione e della gestione dei dati oggi a un grosso big bang di cui pochi si stanno ancora rendendo conto. Che succede alle nostre conversazioni telefoniche, alle nostre "strisciate" delle carte di credito, ai passaggi telepass, ai messaggi su Twitter, Google+, agli acquisti su Amazon? Erik non punta nella sua presentazione al "Big Brother" o al grande complotto, bensì ad una più divertente analisi da econometrista, dove dai dati si possono capire i trend e le future tendenze e scelte a livello planetario o regionale, prima che queste compaiono su una bella rivista patinata. Provate a cercare tra le pagine di Google/trends. Si fanno scoperte interessanti.
La presentazione mi ha però ripresentato un tema che osservo frequentemente nell'ultimo periodo. Chi ha dei ragazzi per casa (nell'età che una volta era definita Teenager) avrà forse la mia stessa sensazione.
Sensazione, perchè se non riusciamo a mettere insieme i puntini del disegno ora ,ci accorgeremo della rivoluzione solo a cose fatte. Quando i teen di oggi saranno nel mondo del lavoro di "fra poche ore"...non domani.

Mi spiego. Quando andavamo a scuola e non si riusciva a fare un compito avevamo 3 opzioni: non lo facevamo nella speranza di non essere beccati il giorno dopo, lo si copiava prima che arrivasse l'insegnante o armati di pazienza si telefonava (dall'unico grigio telefono di casa con composizione analogica con il quale si aveva un raggio di azione di 1 mt circa) ad un altro come noi (spesso impreparato quanto noi) che si armava di pazienza e se sapeva condivideva con te i passaggi chiave con voce che andava dai 30 ai 300 Khz.
Oggi osservando i 14-15enni si scopre che hanno il gruppo "compiti" su Facebook o meglio su Whatsup (immancabile e che li segue ovunque), si postano i tentativi di risoluzione ai loro quesiti come in un forum, con i più bravi che fanno a gara a postare la soluzione migliore in una sorta di disincantata intelligenza collettiva. Foto, testi, disegni accompagnati da faccine e smile....
I due modelli sono già tristemente lontanissimi, basta pensare al fatto che in ufficio se va bene ci inondiamo ancora di inutili email con il copia il capo, il capo del mio capo e un paio di colleghi a condire il tutto. Quando arriveranno questi nuovi e più giovani colleghi al lavoro faremo concettualmente la fine di Luigi Capeto se non saremo in grado ora di riconoscere la rivoluzione che stà avvenendo intorno a noi. La conoscenza non si controlla più ed è sempre più patrimonio collettivo e sempre meno gossiping aziendale.  

venerdì 12 aprile 2013

E se ai talenti non piacesse lavorare per una azienda?

Mentre il mondo del lavoro fa segnare il periodo più buio dal dopo guerra ai giorni nostri, sempre di più le aziende si concentrano sulla ricerca dei talenti. Si quelli che poi chiameranno Top Performer, quelli per i quali si faranno dei salti mortali per trattenerli coprendoli di benefit, bonus e possibilità di sviluppo ulteriore.

Peccato che di solito i Top Performer siano poi contesi sul mercato con la stessa moneta (spesso con una più pregiata) che passa per il classico aumento negoziale del 10% del salario (brutta parola di origine latina), benefit sempre migliori....e siano i primi a saltare giù dalla barca alle prime difficoltà.

Ma chi sono in genere i Talenti che diventano Top Performer? Li si riconosce facile...provate a chiedere fuori dal contesto lavorativo quale lavoro fanno: se la risposta è data con un titolo strampalato e dicono io lavoro CON la tale azienda sono loro. Le persone normali dicono lavoro IN/PER un azienda citando al più l'area dove lavorano.
Qualcuno dirà: semantica...Vero! Anzi verissimo, ma semantica che fa una qualche differenza. 

Loro credono che sia meglio lavorare CON Qualcuno piuttosto che PER qualcuno. (ndr le maiuscole non sono un errore). Quando si dice lavoro PER o lavoro IN ci si mette automaticamente nell'orbita dell'azienda, perdendo parzialmente il proprio controllo. Qualcuno costruisce le regole che nell'azienda si devono applicare, ergo le devo seguire e basta. Qualcuno pianifica il futuro e gli altri devono eseguire i piani. Badate queste sono solo riflessioni di genere, non vorrei che fossero prese come un esortazione a ribellarsi con conseguenze nefaste. Se dopo aver letto queste righe qualcuno si alzasse e si ribellasse non farebbe certo bene in senso stretto.

Però perchè non imparare da chi sa fare bene delle cose e cercare di applicarle alla propria personalità. Il lato positivo che trovo nell'approccio degli High Achiever è che pensando di lavorare CON e non PER implicitamente inseriscono nel loro retropensiero il pezzo di frase non detta:  lavoro CON x a cui non devo niente di più della mia professionalità. Il perchè è molto semplice. Siamo ricompensati per quello che abbiamo negoziato contrattualmente con la nostra azienda, se volessimo cambiare il risultato dovremmo cambiare approccio.

Credo che in fondo un Top Performe non veda se stesso come un impiegato (anche se in fondo, e indipendentemente dal ruolo, lo è) ma viva in una sorta di emancipazione professional tale per cui il lavoro è solo il mezzo per un fine. Credo che non senta mai che il suo destino professionale possa essere messo sotto controllo, anche nel soddisfare le procedure più assurde. Procedure che magari facendo un po' di social acking troverà il modo di aggirare. Pazientemente rinegozierà i termini ogni volta che la sua percezione gli dirà che la cosa non gli stà più bene, pronto a spiccare il volo verso altre opportunità.
Normalmente pianificano il loro futuro e usano l'ambiente di lavoro e le persone che li circondano (capi compresi) per soddisfare le loro ambizioni.

Credo che le aziende abbiano bisogno di noi, e noi di loro ma forse bisogna distinguere prima tra quelli che credono di poter restare e quelli che in realtà vogliono solo andare perchè sono Top Performer.

Voi lavorate con o per qualcuno?

giovedì 11 aprile 2013

Sintesi dell'intervento al workshop AIIA del 10 Aprile


Workshop AIIA per il settore finanziario:

"CONTROLLI DI SECONDO E TERZO LIVELLO… DIVERSE RESPONSABILITA’, UN UNICO OBIETTIVO"

CONTROLLI DI SECONDO E TERZO LIVELLO…
DIVERSE RESPONSABILITA', UN UNICO OBIETTIVO.
Scenari, metodologie ed evoluzione del ruolo
dell'Internal Auditor

Milano, 10 aprile 2013
ore 10.00 – 16.00
StarHotels Rosa Grand, Piazza Fontana 3


Sintesi dell'intervento (le opinioni riportate sono strettamente personali):
Quale ritenete sia il livello di maturità raggiunto dalle diverse Funzioni di Controllo, inteso come la capacità di interagire efficacemente, identificando aree di sovrapposizione e ambiti di miglioramento in termini efficienza/efficacia dell’attività di valutazione del sistema dei controlli interni? Siamo pronti per una “assurance integrata”?
Partirei col sottolineare un paio di banalità che però spesso dimentichiamo: Il sistema dei controlli di una organizzazione aziendale non si attua attraverso eventi isolati, ma mediante una serie di azioni che pervadono la vita aziendale. Il sistema di controllo così come le Funzioni di controllo stesse affondano le loro radici nella struttura aziendale stessa e nelle regole (intese come processi) che questa si è data. Il controllo non è una sovrastruttura o un processo aggiuntivo ma una parte integrante dei processi aziendali. In pratica l’organizzazione aziendale e i sistemi di controllo formano il DNA dell’azienda stessa. Per rispondere alla prima domanda quindi, penso che da queste semplici riflessioni discenda la difficoltà nell’esprimere un giudizio generalista sullo stato di maturità delle diverse Funzioni di controllo, quanto invece queste varino a seconda dell’organizzazione che le vive. Nel panorama Italiano mi pare che la situazione sia ancora molto composita mentre le realtà internazionali, che ho avuto modo di conoscere direttamente nel mio cammino professionale, abbiano in qualche modo le idee più chiare in materia. Se si parte dal presupposto che in molte realtà Italiane si sia ancora in una fase di ridisegno dei modelli, anche in concomitanza di una forte proliferazione di specifiche normative (Basilea, BoI, Consob...), Il rischio di identificare aree di sovrapposizione o peggio aree non coperte adeguatamente è alto. Le principali criticità organizzative stanno nella difficoltà di disegnare i confini organizzativi tra funzioni e distribuire i compiti ottimizzandoli; nella sostenibilità delle responsabilità assegnate agli organi di vertice (tempi e competenze); il preciso ruolo del Internal Audit è l’articolazione dei livelli di controllo sottostanti; non da ultimo la misura delle performance del sistema che devono necessariamente agire da volano di feedback per il successivo fine tuning della macchina operativa.
Ci sono sicuramente vari approcci al disegno che di fatto guidano il sistema dei controlli interni e l’interazione tra le funzioni di controllo. Volendo semplificare il panorama a 3 modelli base sui quali si appoggiano la maggior parte delle banche si potrebbe parlare di
(i)                  approccio strategico (responsabilità ultima e commitment del vertice; esplicitazione degli obiettivi di rischio – risk appetite- e politiche di rischio _banche piccole (?)),
(ii)                (ii) Approccio organizzativo (visione sistemica, funzione di controllo specializzate e ben distinte, formalizzazione di compiti, responsabilità, procedure... potremmo includere in questo anche un sub-approccio razionalizzato per processi dotato di strumenti di analisi organizzativa e di mappatura)
(iii)               Approccio integrato (basato sulla totalità dei rischi considerati, pervasività dei controlli, responsabilità diffusa e cultura del controllo in questo caso si potrebbe anche considerare di includere in questa tipologia un approccio in subordine di tipo proattivo con controlli strutturati sia ex-ante che ex-post basati nativamente sulla cultura del controllo).
 Diciamo che se dovessimo spostare la lancetta di un indicatore virtuale dal primo al terzo modello a mio avviso oggi ci si deve riconoscere di più del secondo tipo di approccio con una piccola e spesso disorganizzata spinta verso il terzo.
Chi si riconosce e dove?
Con riferimento alla prevista evoluzione del ruolo della funzione di Risk Management, all’Internal Audit viene chiesto un contributo in termini di valutazione non solo delle attività di gestione del rischio, ma anche delle politiche di governo dei rischi. Ciò può essere interpretato come una richiesta di una maggiore attenzione alle tematiche di esercizio della corporate governance? Quanto siamo pronti a questa sfida? Quali passi sono necessari per raggiungere questo obiettivo?
Così per come i principali regulators hanno  ha definito la funzione di controllo dei rischi, questa dovrà avere, a tendere sempre più un ruolo centrale nell’attuazione delle politiche di governo dei rischi, attraverso un adeguato processo di gestione dei rischi. E’ chiaro anche che tale funzione deve necessariamente essere partecipe nei confronti del comitato di controllo dei rischi aziendale ovvero dell’organo con funzione di supervisione strategica. Vista la specializzazione richiesta nelle valutazione dei rischi (credito, operativo, mercato, reputazionale...) naturalmente non sempre presente nelle funzioni di supervisione strategica,  questa dovrà essere necessariamente coinvolta nella definizione del livello di rischio accettato, nell’elaborazione delle politiche governo dei rischi e delle varie fasi che costituiscono il processo di gestione dei rischi nonché nella fissazione dei limiti operativi all’assunzione delle varie tipologie di rischio. IA nella sua veste indipendente a mio avviso giocherà un ruolo duale; dovrà a questo punto essere un partner addizionale per la funzione di supervisione strategica nella valutazione del processo di identificazione delle politiche di governo e fissazione dei limiti quanto in autonomia revisore dell’attuazione dei processi di gestione del rischio. La collaborazione tra le funzioni sarà fattore determinante. Rischi: processi di comunicazione inadeguati, chiusura informativa tra le funzioni e inadeguata complementarietà dei ruoli.  Per tornare alla domanda originaria: si a mio avviso questo si traduce in sintesi in una aumentata attenzione alle tematiche di esercizio della corporate governance.


giovedì 14 marzo 2013

Etiquette

In molti paesi,  il galateo viene spesso descritto con un termine simile all'Italiano etichetta: lo Spagnolo etiqueta, Il Francese étiquette (che è anche scimmiottato dagli Anglosassoni) o il Tedesco Etikett.
"Etichetta" ...sembrerebbe quasi un diminutivo di etica, anche se l'etimologia non è corretta, ovvero il ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto; quasi che l'etichetta trattasse di un'etica "minore", la gugina sciocca, non applicata ai grandi temi della vita, ma ai semplici problemi di ogni giorno.
Con le nuove tecnologie, alcuni usi e costumi stanno fortemente cambiando il comune pensare al tema di etichetta. 
Mi spiego. Arriva una email con un promemoria per noi. Una email di ritorno per dire «Grazie» è ancora considerato un gesto cortese o fa perdere tempo e spazio su disco?
Il mio totalizzatore dice circa 100/150 email di lavoro in/out al giorno (tralascio i social che alimento per diletto). Per non soccombere sommersi dall'onda della comunicazione che devo fare: forse è bene ridurre il superfluo, magari accorpare il più possibile le risposte?
Se dico grazie ad ogni email che ricevo appaio gentile e cortese? O forse oggi si rischia di fare la figura dei 13enni in crisi logorroico-comunicativa digitale? E quanto tempo mi costa mandare l'email in questione. Di farlo automaticamante come nei call-centre non ci penso nemmeno...risulterebbe privo di passione e attenzione per il messaggio inviatomi.
Ho cominciato affermando che etichetta si scrive un po in maniera analoga ovunque, ma spesso dimentichiamo che le differenze culturali concepiscono in maniera diversa anche i comportamenti e temi di etichetta.
Chiedendo ad amici e parenti appare chiaro che per un Italiano;  o rispondi e sei cortese o non rispondi e sei un cafone, o al limite un uomo in cariera che si occupa solo delle mail più importanti.
Forse un Inglese vecchio stile, ancora dotato di Inglese Cockney (quello delle persone che vivono nella Londra coperta dal suono delle "Bow Bells") e ancora devoto ai reali vi direbbe che per forza bisogna rispondere....Beh capita spesso che dietro a questa facciata i professionisti di Londra non conoscano nemmeno chi siede in un cubicolo che dista 2 scrivanie dalla loro, e fatichino a salutarsi ...magari solo grugnendo. Poi accendono il loro Tablet e chattano allegramente con il loro pari di Singapore.
Il pragmatismo dei paesi Nordico-Teutonici non permetterebbe di far caso a risposte che non fossero per comunicare un messaggio. Un amico Tedesco una volta mi disse che i suoi gli avevano insegnato che le parole hanno un valore e che non bisogna spenderle se non necessario. Da lui mai sentito dire buona questa pizza...ma tante volte il vino era così e così, il treno non è arrivato in orario, il taxi costava 5 euro in più dell'ultima volta.....Per cui definitivamente niente "Grazie" di ritorno se non serve per continuare il discorso o esprimere il proprio dissenso. Ovviamente bisogna essere efficienti e non educati e quindi aggiungiamo un "Vielen Danke" automatico in fondo alle mail che mandiamo...a prescindere.
Esite poi un gruppo di anglosassoni particolari: gli Americani. Dipendendo dai posti in cui sono cresciuti potrebbero fregarsene o offendersi nel non ricevere un "feedback" come a dire ci sono e ho capito che tieni a me e alla mia nazione.
Sicuramente i nostri figli, nativi digitali, avranno un etichetta tutta loro, generazionale, alla quale non posso neanche pensare. Intanto che fare? Quanto questo modifica poi il nostro comportamento di tutti i giorni.
Quanti di noi entrano in ascensore e fanno finta di essere indaffaratissimi a scorrere le email sullo smartphone e non salutano ne entrando ne uscendo? Peggio incontrandosi tutti i giorni, più o meno alla stessa ora negli stessi bar per il caffè, per i corridoi dell'azienda nella quale si lavora, sul treno senza neanche abbozzare un ciao o un buongiorno?
La non etichetta di Internet stà forse avanzando anche nel reale costuendo una nuova realtà virtuale (o realtà allargata per dirla alla Google) della maleducazione?

giovedì 7 marzo 2013

Valutazione delle performance.

In ogni posto di lavoro, in ogni attività sportiva e in ogni comparazione televisiva siamo oramai ossessionati dalla numerica associata alle performance. Ho fatto una lettura interessante questa settimana relativamente alla valutazione annuale che viene fatta dai responsabili degli uffici di tutto il mondo chiamata Performance Review. La domanda è se la maggior parte delle persone ritiene i metodi di valutazione a posteriori inefficaci, con cosa li si potrebbe rimpiazzare? Giusto per capire lo spirito dell'articolo, l'autore cominciava dicendo che dopotutto nessuno avrebbe chiesto ad esempio ad un pompiere che vi ha appena salvato la casa da un incendio con che cosa avrebbe sostituito il fuoco.
La principale critica che si può fare agli strumenti che utilizziamo è spesso legata la fatto che i Key Performance Indicator sono meramente una misura statistica. Di contro, per i più fini esistono anche i Key Predictive Indicator, che anche se usati più raramente, si fermano a un giudizio guidato quasi esclusivamente da teorie predittive spesso belle solo sulla carta. 
La conoscenza sul lavoro non può essere basata solo sulla quantità, ma anche sulla qualità; non solo sul costo ma anche sul risultato.
Questo porta i manager a doversi scostare dalla misurazione avvicinandosi sempre di più al giudizio. Più difficile certo, perchè la misura richiede buone scale di valutazione, il giudizio richiede onestà intellettuale e saggezza.
Qualcuno vi dirà che il giudizio introduce inevitabilemente il pregiudizio. Per toglierci di dosso il pregiudizio allora dovremmo toglierci di dosso la passione per il nostro lavoro e le emozioni (?). Assolutamente un prezzo troppo alto perchè senza emozioni è raro riuscire a prendere buone decisioni.
I KPI danno una misura oggettiva ma spesso non una risposta, meglio trovare una buona risposta approssimata piuttosto che una precisa ma irrilevante.
L'articolo suggeriva anche alcuni degli indicatori interpretativi utili: Il feedback dei clienti (spesso non numerico e difficile da decifrare, situazione per situazione), skill di comunicazione (è più facile insegnare a leggere e scrivere che comunicare), capacità di prendersi dei rischi (calcolati), innovazione, creatività, capacità di trasmettere la conoscenza, voglia di continuare a svilupparla per se e per gli altri (non vuol dire semplicemente sedersi per un corso), capacità di delega, coraggio, passione, attitudini....

"We can’t measure a doctor’s beside manner—it has to be experienced. Efficiency metrics and performance appraisals cannot count all the energy, enthusiasm, and commitment that employees decide not to contribute."

venerdì 1 marzo 2013

Le cose che non sappiamo o crediamo di non sapere.

Quante volte di fronte ad un problema o ad una domanda ci fermiamo? Quanti di noi cercano la perfezione, magari solo la loro risposta ideale, e non riescono a fornire le risposte o le soluzioni per tempo?
A scuola, al lavoro, nello sport, in politica la tempestività è importante quanto la capacità di saper formulare una risposta consistente e adeguata. Si magari non è proprio quella giusta al 100% (peccato). Senza fraintendimenti...la qualità è una cosa importante ma spesso ci si concentra solo su quella e sul controllo perdendo di vista che un risultato così e così è comunque già un risultato. Migliorabile certo, ma a quale prezzo? E con quali tempi?
Cercherò di spiegarmi meglio prendendo in prestito dei prestigiosi esempi formulati da un noto fisico: Enrico Fermi. Fermi era conosciuto per la sua abilità nel fare buoni calcoli approssimati con pochi o nessun dato effettivo. Un esempio ben documentato fu la stima che riuscì a formulare relativamente alla potenza di una bomba atomica esplosa nel test Trinity, basandosi esclusivamente sulla distanza che percorsero dei pezzi di carta che fece cadere dalla sua mano durante l'esplosione.
Certo si potrebbe contestare che lui padroneggiava una serie di concetti e formulazioni matematiche tali da fargli mettere in correlazione grandezze ed eventi noti della fisica. Per smentire questo processo altamente razionale egli stesso sfidò i suoi studenti universitari in un campo totalmente a lui sconosciuto (ma sul quale probabilmente si era minimamente preparato per gestire la discussione). 
La bizzarra domanda posta durante una sua lezione agli studenti fu: "Quanti accordatori di pianoforte ci sono a Chicago?". Alcuni proposero di prendere l'elenco del telefono e contarli, altri proposero un censimento e via così. Una soluzione tipica e scientifica a questo problema, utilizzando ad esempio un metodo statisco, consisterebbe nel moltiplicare assieme una serie di stime che porterebbero alla risposta corretta se le stime fossero giuste. Lui disse che era in grado di stimarlo sfruttando solo conoscenze di base stupendo gli studenti formulando le seguenti ipotesi.
1. Ci sono circa 5.000.000 di persone che vivono a Chicago.
2. In media, ci sono due persone in ogni casa di Chicago.
3. Approssimativamente una casa su venti ha un pianoforte che è accordato regolarmente.
4. I pianoforti che sono accordati regolarmente vengono accordati circa una volta all'anno.
5. Ci vogliono circa due ore a un accordatore per accordare un piano, includendo il tempo di viaggio.
6. Ogni accordatore di pianoforti lavora otto ore al giorno, cinque giorni a settimana e 50 settimane l'anno.
Da queste ipotesi possiamo calcolare che il numero di accordature in un singolo anno a Chicago è:
(5.000.000 di persone a Chicago) / (2 persone/casa) × (1 piano/20 case) × (1 accordatura pianoforte all'anno) = 125,000 accordature di pianoforte all'anno a Chicago.
Possiamo similmente calcolare che le accordature medie sono:
(50 settimane/anno)×(5 giorni/settimana)×(8 ore/giorno)×(1 accordatura di 2 ore per accordatore di pianoforti) = 1000 accordature di pianoforti per anno per accordatore.
Dividendo si ottiene:
(125,000 accordature di pianoforte all'anno a Chicago) / (1000 accordature di pianoforte all'anno per accordatore) = 125 accordatori di pianoforte a Chicago.
In fisica simili problemi vengono oggi comunemente denominati "Problema di Fermi", essendo problemi di stima progettati per insegnare l'analisi dimensionale, l'approssimazione e l'importanza di identificare chiaramente le assunzioni fatte.  Tali problemi consistono solitamente nel fare ipotesi motivate sulle quantità che sembrano impossibili da calcolare, date le limitate informazioni e tempistiche disponibili.
E' possibile applicare questo metodo alla nostra vita, al nostro lavoro, al nostro studio per muovere il primo e importante passo? Dobbiamo per forza essere in controllo di tutte le variabili per poter progredire? Di fatto le migliori scoperte si sono fatte quasi sempre per caso, per ostinazione, su idee imperfette che poi qualche fisico, chimico o matematico a spiegato per noi a posteriori.

venerdì 22 febbraio 2013

La comunicazione oggi

Mi è capitato recentemente di partecipare ad una conferenza di Gianni Canova (http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Canova- Professore Ordinario presso la Libera Università di Lingue e Comunicazione allo IULM di Milano) il quale affermava che è stato calcolato che nel Medio Evo, un qualsiasi contadino umbro o toscano  incontrava più o meno 40 immagini artificiali  nel corso della sua vita (per lo più ritatti ed affreschi sulle pareti della  chiesa e poco altro…).
Sempre secondo i calcoli effettuati da ricercatori specializzati, oggi lo stesso uomo medio intercetterebbe oltre 600.000 immagini artificiali (cioè artefatti realizzati per comunicare qualcosa) .....ma al giorno.

In un arco di tempo di pochi secoli il nostro apparato visivo prima e percettivo poi (o viceversa ?) ha subito una mutazione gigantesca, i cui effetti sono ancora tutti da capire.
Come e quanto si è evoluto il nostro cervello per poter governare un traffico di 600.000 immagini al giorno ancora è poco chiaro. Che cosa realmente ne facciamo di tutte queste informazioni? Come le selezioniamo e soprattuto in base a quale principio? Quando guardiamo un immagine che cosa colpisce i nostri occhi e che cosa memorizza la nostra mente?

Oggi l'uomo è abbastanza nudo di fronte all'informazione digitale e analogica contemporanea, quasi quanto i primi nativi Americani che vedevano arrivare Spagnoli e Inglesi sulle loro coste: e sappiamo come è andata a finire. Siamo tutti abbastanza sprovvisti del necessario set di strumenti utili ad orientarsi nel sistema comunicativo contemporaneo.

Google lancia in questi giorni gli "attesi" occhiali elettronici che si chiameranno semplicemente Glass; senza nessun vezzo frivolo della radice "i" della casa di Cupertino. Dopo mesi di voci e indiscrezioni diventano finalmente realtà (aumentata). Google promette che i nuovi occhiali capiranno subito cosa cerchiamo, cosa vogliamo e che azioni compiere per noi: un po'navigatore, un po' macchina fotografica, ma anche mappa, ricerca negozi, monumenti, uffici e amici preferiti sui social media e chi più ne ha più ne metta.
Google ha aperto una pre-vendita condizionata dei primi pezzi legando il possesso allo sviluppo di nuove applicazioni alla ricerca di nuovi creativi.

Quanto ci serviranno per comprendere meglio le 600.000 e più immagini che ci continueranno a bombardare e come questi occhiali saranno integrati nella nostra vita quotidiana lo scopriremo: sperando che google maps non ci faccia finire in qualche lago per errata interpretazione delle immagini circostanti :o).