mercoledì 27 marzo 2013
giovedì 14 marzo 2013
Etiquette
In molti paesi, il galateo viene spesso descritto con un termine simile all'Italiano etichetta: lo Spagnolo etiqueta, Il Francese étiquette (che è anche scimmiottato dagli Anglosassoni) o il Tedesco Etikett.
"Etichetta" ...sembrerebbe quasi un diminutivo di etica, anche se l'etimologia non è corretta, ovvero il ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto; quasi che l'etichetta trattasse di un'etica "minore", la gugina sciocca, non applicata ai grandi temi della vita, ma ai semplici problemi di ogni giorno.
Con le nuove tecnologie, alcuni usi e costumi stanno fortemente cambiando il comune pensare al tema di etichetta.
Mi spiego. Arriva una email con un promemoria per noi. Una email di ritorno per dire «Grazie» è ancora considerato un gesto cortese o fa perdere tempo e spazio su disco?
Il mio totalizzatore dice circa 100/150 email di lavoro in/out al giorno (tralascio i social che alimento per diletto). Per non soccombere sommersi dall'onda della comunicazione che devo fare: forse è bene ridurre il superfluo, magari accorpare il più possibile le risposte?
Se dico grazie ad ogni email che ricevo appaio gentile e cortese? O forse oggi si rischia di fare la figura dei 13enni in crisi logorroico-comunicativa digitale? E quanto tempo mi costa mandare l'email in questione. Di farlo automaticamante come nei call-centre non ci penso nemmeno...risulterebbe privo di passione e attenzione per il messaggio inviatomi.
Ho cominciato affermando che etichetta si scrive un po in maniera analoga ovunque, ma spesso dimentichiamo che le differenze culturali concepiscono in maniera diversa anche i comportamenti e temi di etichetta.
Chiedendo ad amici e parenti appare chiaro che per un Italiano; o rispondi e sei cortese o non rispondi e sei un cafone, o al limite un uomo in cariera che si occupa solo delle mail più importanti.
Forse un Inglese vecchio stile, ancora dotato di Inglese Cockney (quello delle persone che vivono nella Londra coperta dal suono delle "Bow Bells") e ancora devoto ai reali vi direbbe che per forza bisogna rispondere....Beh capita spesso che dietro a questa facciata i professionisti di Londra non conoscano nemmeno chi siede in un cubicolo che dista 2 scrivanie dalla loro, e fatichino a salutarsi ...magari solo grugnendo. Poi accendono il loro Tablet e chattano allegramente con il loro pari di Singapore.
Il pragmatismo dei paesi Nordico-Teutonici non permetterebbe di far caso a risposte che non fossero per comunicare un messaggio. Un amico Tedesco una volta mi disse che i suoi gli avevano insegnato che le parole hanno un valore e che non bisogna spenderle se non necessario. Da lui mai sentito dire buona questa pizza...ma tante volte il vino era così e così, il treno non è arrivato in orario, il taxi costava 5 euro in più dell'ultima volta.....Per cui definitivamente niente "Grazie" di ritorno se non serve per continuare il discorso o esprimere il proprio dissenso. Ovviamente bisogna essere efficienti e non educati e quindi aggiungiamo un "Vielen Danke" automatico in fondo alle mail che mandiamo...a prescindere.
Esite poi un gruppo di anglosassoni particolari: gli Americani. Dipendendo dai posti in cui sono cresciuti potrebbero fregarsene o offendersi nel non ricevere un "feedback" come a dire ci sono e ho capito che tieni a me e alla mia nazione.
Sicuramente i nostri figli, nativi digitali, avranno un etichetta tutta loro, generazionale, alla quale non posso neanche pensare. Intanto che fare? Quanto questo modifica poi il nostro comportamento di tutti i giorni.
Quanti di noi entrano in ascensore e fanno finta di essere indaffaratissimi a scorrere le email sullo smartphone e non salutano ne entrando ne uscendo? Peggio incontrandosi tutti i giorni, più o meno alla stessa ora negli stessi bar per il caffè, per i corridoi dell'azienda nella quale si lavora, sul treno senza neanche abbozzare un ciao o un buongiorno?
La non etichetta di Internet stà forse avanzando anche nel reale costuendo una nuova realtà virtuale (o realtà allargata per dirla alla Google) della maleducazione?
"Etichetta" ...sembrerebbe quasi un diminutivo di etica, anche se l'etimologia non è corretta, ovvero il ramo della filosofia che si occupa di ciò che è buono, giusto o moralmente corretto; quasi che l'etichetta trattasse di un'etica "minore", la gugina sciocca, non applicata ai grandi temi della vita, ma ai semplici problemi di ogni giorno.
Con le nuove tecnologie, alcuni usi e costumi stanno fortemente cambiando il comune pensare al tema di etichetta.
Mi spiego. Arriva una email con un promemoria per noi. Una email di ritorno per dire «Grazie» è ancora considerato un gesto cortese o fa perdere tempo e spazio su disco?
Il mio totalizzatore dice circa 100/150 email di lavoro in/out al giorno (tralascio i social che alimento per diletto). Per non soccombere sommersi dall'onda della comunicazione che devo fare: forse è bene ridurre il superfluo, magari accorpare il più possibile le risposte?
Se dico grazie ad ogni email che ricevo appaio gentile e cortese? O forse oggi si rischia di fare la figura dei 13enni in crisi logorroico-comunicativa digitale? E quanto tempo mi costa mandare l'email in questione. Di farlo automaticamante come nei call-centre non ci penso nemmeno...risulterebbe privo di passione e attenzione per il messaggio inviatomi.
Ho cominciato affermando che etichetta si scrive un po in maniera analoga ovunque, ma spesso dimentichiamo che le differenze culturali concepiscono in maniera diversa anche i comportamenti e temi di etichetta.
Chiedendo ad amici e parenti appare chiaro che per un Italiano; o rispondi e sei cortese o non rispondi e sei un cafone, o al limite un uomo in cariera che si occupa solo delle mail più importanti.
Forse un Inglese vecchio stile, ancora dotato di Inglese Cockney (quello delle persone che vivono nella Londra coperta dal suono delle "Bow Bells") e ancora devoto ai reali vi direbbe che per forza bisogna rispondere....Beh capita spesso che dietro a questa facciata i professionisti di Londra non conoscano nemmeno chi siede in un cubicolo che dista 2 scrivanie dalla loro, e fatichino a salutarsi ...magari solo grugnendo. Poi accendono il loro Tablet e chattano allegramente con il loro pari di Singapore.
Il pragmatismo dei paesi Nordico-Teutonici non permetterebbe di far caso a risposte che non fossero per comunicare un messaggio. Un amico Tedesco una volta mi disse che i suoi gli avevano insegnato che le parole hanno un valore e che non bisogna spenderle se non necessario. Da lui mai sentito dire buona questa pizza...ma tante volte il vino era così e così, il treno non è arrivato in orario, il taxi costava 5 euro in più dell'ultima volta.....Per cui definitivamente niente "Grazie" di ritorno se non serve per continuare il discorso o esprimere il proprio dissenso. Ovviamente bisogna essere efficienti e non educati e quindi aggiungiamo un "Vielen Danke" automatico in fondo alle mail che mandiamo...a prescindere.
Esite poi un gruppo di anglosassoni particolari: gli Americani. Dipendendo dai posti in cui sono cresciuti potrebbero fregarsene o offendersi nel non ricevere un "feedback" come a dire ci sono e ho capito che tieni a me e alla mia nazione.
Sicuramente i nostri figli, nativi digitali, avranno un etichetta tutta loro, generazionale, alla quale non posso neanche pensare. Intanto che fare? Quanto questo modifica poi il nostro comportamento di tutti i giorni.
Quanti di noi entrano in ascensore e fanno finta di essere indaffaratissimi a scorrere le email sullo smartphone e non salutano ne entrando ne uscendo? Peggio incontrandosi tutti i giorni, più o meno alla stessa ora negli stessi bar per il caffè, per i corridoi dell'azienda nella quale si lavora, sul treno senza neanche abbozzare un ciao o un buongiorno?
La non etichetta di Internet stà forse avanzando anche nel reale costuendo una nuova realtà virtuale (o realtà allargata per dirla alla Google) della maleducazione?
giovedì 7 marzo 2013
Valutazione delle performance.
In ogni posto di lavoro, in ogni attività sportiva e in ogni comparazione televisiva siamo oramai ossessionati dalla numerica associata alle performance. Ho fatto una lettura interessante questa settimana relativamente alla valutazione annuale che viene fatta dai responsabili degli uffici di tutto il mondo chiamata Performance Review. La domanda è se la maggior parte delle persone ritiene i metodi di valutazione a posteriori inefficaci, con cosa li si potrebbe rimpiazzare? Giusto per capire lo spirito dell'articolo, l'autore cominciava dicendo che dopotutto nessuno avrebbe chiesto ad esempio ad un pompiere che vi ha appena salvato la casa da un incendio con che cosa avrebbe sostituito il fuoco.La principale critica che si può fare agli strumenti che utilizziamo è spesso legata la fatto che i Key Performance Indicator sono meramente una misura statistica. Di contro, per i più fini esistono anche i Key Predictive Indicator, che anche se usati più raramente, si fermano a un giudizio guidato quasi esclusivamente da teorie predittive spesso belle solo sulla carta.
La conoscenza sul lavoro non può essere basata solo sulla quantità, ma anche sulla qualità; non solo sul costo ma anche sul risultato.
Questo porta i manager a doversi scostare dalla misurazione avvicinandosi sempre di più al giudizio. Più difficile certo, perchè la misura richiede buone scale di valutazione, il giudizio richiede onestà intellettuale e saggezza.
Qualcuno vi dirà che il giudizio introduce inevitabilemente il pregiudizio. Per toglierci di dosso il pregiudizio allora dovremmo toglierci di dosso la passione per il nostro lavoro e le emozioni (?). Assolutamente un prezzo troppo alto perchè senza emozioni è raro riuscire a prendere buone decisioni.
I KPI danno una misura oggettiva ma spesso non una risposta, meglio trovare una buona risposta approssimata piuttosto che una precisa ma irrilevante. L'articolo suggeriva anche alcuni degli indicatori interpretativi utili: Il feedback dei clienti (spesso non numerico e difficile da decifrare, situazione per situazione), skill di comunicazione (è più facile insegnare a leggere e scrivere che comunicare), capacità di prendersi dei rischi (calcolati), innovazione, creatività, capacità di trasmettere la conoscenza, voglia di continuare a svilupparla per se e per gli altri (non vuol dire semplicemente sedersi per un corso), capacità di delega, coraggio, passione, attitudini....
"We can’t measure a doctor’s beside manner—it has to be experienced. Efficiency metrics and performance appraisals cannot count all the energy, enthusiasm, and commitment that employees decide not to contribute."
venerdì 1 marzo 2013
Le cose che non sappiamo o crediamo di non sapere.
Quante volte di fronte ad un problema o ad una domanda ci fermiamo? Quanti di noi cercano la perfezione, magari solo la loro risposta ideale, e non riescono a fornire le risposte o le soluzioni per tempo?A scuola, al lavoro, nello sport, in politica la tempestività è importante quanto la capacità di saper formulare una risposta consistente e adeguata. Si magari non è proprio quella giusta al 100% (peccato). Senza fraintendimenti...la qualità è una cosa importante ma spesso ci si concentra solo su quella e sul controllo perdendo di vista che un risultato così e così è comunque già un risultato. Migliorabile certo, ma a quale prezzo? E con quali tempi?
Cercherò di spiegarmi meglio prendendo in prestito dei prestigiosi esempi formulati da un noto fisico: Enrico Fermi. Fermi era conosciuto per la sua abilità nel fare buoni calcoli approssimati con pochi o nessun dato effettivo. Un esempio ben documentato fu la stima che riuscì a formulare relativamente alla potenza di una bomba atomica esplosa nel test Trinity, basandosi esclusivamente sulla distanza che percorsero dei pezzi di carta che fece cadere dalla sua mano durante l'esplosione.
Certo si potrebbe contestare che lui padroneggiava una serie di concetti e formulazioni matematiche tali da fargli mettere in correlazione grandezze ed eventi noti della fisica. Per smentire questo processo altamente razionale egli stesso sfidò i suoi studenti universitari in un campo totalmente a lui sconosciuto (ma sul quale probabilmente si era minimamente preparato per gestire la discussione).
La bizzarra domanda posta durante una sua lezione agli studenti fu: "Quanti accordatori di pianoforte ci sono a Chicago?". Alcuni proposero di prendere l'elenco del telefono e contarli, altri proposero un censimento e via così. Una soluzione tipica e scientifica a questo problema, utilizzando ad esempio un metodo statisco, consisterebbe nel moltiplicare assieme una serie di stime che porterebbero alla risposta corretta se le stime fossero giuste. Lui disse che era in grado di stimarlo sfruttando solo conoscenze di base stupendo gli studenti formulando le seguenti ipotesi.
1. Ci sono circa 5.000.000 di persone che vivono a Chicago.
2. In media, ci sono due persone in ogni casa di Chicago.
3. Approssimativamente una casa su venti ha un pianoforte che è accordato regolarmente.
4. I pianoforti che sono accordati regolarmente vengono accordati circa una volta all'anno.
5. Ci vogliono circa due ore a un accordatore per accordare un piano, includendo il tempo di viaggio.
6. Ogni accordatore di pianoforti lavora otto ore al giorno, cinque giorni a settimana e 50 settimane l'anno.
Da queste ipotesi possiamo calcolare che il numero di accordature in un singolo anno a Chicago è:
2. In media, ci sono due persone in ogni casa di Chicago.
3. Approssimativamente una casa su venti ha un pianoforte che è accordato regolarmente.
4. I pianoforti che sono accordati regolarmente vengono accordati circa una volta all'anno.
5. Ci vogliono circa due ore a un accordatore per accordare un piano, includendo il tempo di viaggio.
6. Ogni accordatore di pianoforti lavora otto ore al giorno, cinque giorni a settimana e 50 settimane l'anno.
Da queste ipotesi possiamo calcolare che il numero di accordature in un singolo anno a Chicago è:
(5.000.000 di persone a Chicago) / (2 persone/casa) × (1 piano/20 case) × (1 accordatura pianoforte all'anno) = 125,000 accordature di pianoforte all'anno a Chicago.
Possiamo similmente calcolare che le accordature medie sono:
(50 settimane/anno)×(5 giorni/settimana)×(8 ore/giorno)×(1 accordatura di 2 ore per accordatore di pianoforti) = 1000 accordature di pianoforti per anno per accordatore.
(50 settimane/anno)×(5 giorni/settimana)×(8 ore/giorno)×(1 accordatura di 2 ore per accordatore di pianoforti) = 1000 accordature di pianoforti per anno per accordatore.
Dividendo si ottiene:
(125,000 accordature di pianoforte all'anno a Chicago) / (1000 accordature di pianoforte all'anno per accordatore) = 125 accordatori di pianoforte a Chicago.
(125,000 accordature di pianoforte all'anno a Chicago) / (1000 accordature di pianoforte all'anno per accordatore) = 125 accordatori di pianoforte a Chicago.
In fisica simili problemi vengono oggi comunemente denominati "Problema di Fermi", essendo problemi di stima progettati per insegnare l'analisi dimensionale, l'approssimazione e l'importanza di identificare chiaramente le assunzioni fatte. Tali problemi consistono solitamente nel fare ipotesi motivate sulle quantità che sembrano impossibili da calcolare, date le limitate informazioni e tempistiche disponibili.
E' possibile applicare questo metodo alla nostra vita, al nostro lavoro, al nostro studio per muovere il primo e importante passo? Dobbiamo per forza essere in controllo di tutte le variabili per poter progredire? Di fatto le migliori scoperte si sono fatte quasi sempre per caso, per ostinazione, su idee imperfette che poi qualche fisico, chimico o matematico a spiegato per noi a posteriori.
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