Da responsabile di un ufficio si è spesso sottoposti ad un auto-interrogativo: "sto facendo bene o male per il mio team?" I messaggi che diamo in qualità di leaders, ispirano le persone a dare il meglio di loro stessi al lavoro e, sopratutto di questi tempi, si è riusciti nell'intento di cementare i rapporti tra i componenti del team al di la di retribuzioni, bonus, gradi e competenze di ogni componente?
Spesso, presi da centinaia di micro-task generati più dai gantt e dai fogli di excel reagiamo da manuale per poi in coscienza interrogarci su come comportarci realmente a fronte delle più disparate situazioni. Specialmente in una multinazionale dove performance indicators e metriche di valutazione sono spesso imposte ed uniformate ci si sente un po' ingessati nel ruolo di leader.
Da un lato la voglia di sperimentare, di riversare sul team quanto si è appreso nel corso degli anni, dall'altro le Regole...
Avere avuto buoni capi in passato mi ha sempre sbilanciato verso una gestione del team simile ad una famiglia allargata. Anche i capi che ho apprezzato di meno mi hanno insegnato tanto: ad esempio il cosa non fare per mettere il mio team, e me stesso, nei guai. Le pressioni per la congiuntura che stiamo vivendo però lasciano sempre aperti molti interrogativi.
Poi ecco l'imprevisto. Parziale, anche perché forse lungamente annunciato. Fortemente negato dalla mente fino al "nero su bianco" nel tentativo di cercare una soluzione buona per tutti fino alla fine. Una storia lunga qualche anno, quella di un collega un po' bistrattato dalle Regole (a volte applicate in maniera speculativa) che trova di meglio da fare nella vita: altra azienda con cui ripartire, forse uno stipendio migliore e qualche soddisfazione in più all'orizzonte. Ti arrabbi con te stesso, pensi che avendo avuto i mezzi necessari potevi fare qualche cosa in più, ti chiedi chi è il colpevole di tutto ciò, magari pensando ancora una volta un po' a te stesso. Dopo tutto quello era uno dei talenti del tuo team al quale avevi dato credito e sul quale ti eri speso anche personalmente.
Ti dici va beh è così che deve andare, lui ha solo trovato chi gli da un opportunità migliore...Niente di tragico, ma quell'amaro in bocca che queste situazioni possono lasciare a chi crede nel proprio lavoro.
E poi...e poi ricevi una mail nella quale il collega saluta il gruppo con cui ha lavorato per sei anni. Ovvio sei il capo, ma sei anche un collega con il quale lui ha fatto un pezzo di strada. Par condicio massima, ma quello che ci si aspetta aprendo la mail dei cordiali saluti, sono per l'appunto i cordiali saluti e al massimo i nuovi recapiti.
E invece? Invece ci trovi il riflesso del tuo lavoro di anni, di quanto hai trasmesso alle tue prime linee e queste hanno riversato al resto del team.
Non un omologazione ma il ringraziamento sincero per aver speso bene gli ultimi sei anni. Un po' di tristezza nel salutare e soprattutto un grazie per essere cresciuti insieme di cui riporto pochi virgolettati:
"Grazie perché voi siete le persone con cui io sono diventato grande.... Quelle che mi hanno visto trasformarmi da un "milanese imbruttito", la cui principale urgenza era trovare il locale dove fare l'aperitivo la sera, ad un marito e un padre di famiglia.... Avete partecipato alla gioia del mio matrimonio e mi avete sostenuto nei momenti di difficoltà ..... Avete dispensato consigli, certe volte anche utili ! E soprattutto mi avete sempre tanto preso per il culo: cosa assai più utile !...entrerò in un ufficio dove sarà tutto da rifare, dove le mie battute idiote non verranno capite e il mio entusiasmo sarà ancora una volta e spesso a ragione scambiato per superficialità. Però rispetto a sei anni fa avrò molte armi in più, che mi sono state regalate da tutti voi....credo che il concetto ... più importante che ho imparato qui sia che questo lavoro lo si fa perché si è parte di un'organizzazione che vende delle cose a persone come noi, le quali in queste cose ripongono tanta fiducia, perché, ognuno secondo le proprie possibilità, ci mette sogni, speranze proprie e dei propri figli. E quindi, nel nostro piccolo noi stiamo a presidio di quei sogni e di quelle speranze, anche quando i regulator o, ancor peggio l'inossidabile QA, non ce lo chiede espressamente. Lunedì prossimo entrerò in un ufficio dove magari non gliene frega niente a nessuno di tutto questo. Ma, grazie a voi, a me sì, e dopo tante battute idiote e molta superficialità spero che un giorno uscirò da là, quando me ne andrò, con la stessa visione di questo lavoro."
Grazie Tomaso per le tue dimissioni (mi costeranno un sacco di lavoro aggiuntivo) ma non avrei ricevuto questa mail e tu non mi avresti ricordato perché anche a me piace fare il mio lavoro. Nelle tue righe ho ritrovato tutto ciò di cui ho parlato con voi negli ultimi 8 anni (di cui 6 passati anche con te). Famiglia, bilanciamento tra lavoro e affari della vita, ridere genuinamente lavorando anche nelle situazioni più difficili, significato del nostro lavoro che va oltre il saper fare le cose e conoscere i particolari tecnici. Al di la delle metriche di valutazione delle performance, dei bonus, dei premi, degli aumenti di stipendio e dai lavori da completare e consegnare.

